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Avigliano - La foresta fossile di Dunarobba

 

 

 

di Cinzia D'Antonio

 

La Foresta Fossile di Dunarobba, nei pressi di Avigliano, è uno dei più antichi boschi esistenti al mondo. Già dal 1600, per opera del Principe Federico Cesi, si era a conoscenza di ritrovamenti di legni fossili nelle campagne di Avigliano Umbro.

Dunarobba, il cui nome deriva probabilmente dal latino Gens Dunnia, fece parte di quel vasto territorio che Ottone I re d'Italia donò il 13 febbraio 962 ad Arnolfo, capostipite degli Arnolfi, una delle più importanti famiglie del Medioevo. Fu fortificato dai suoi discendenti intorno all’anno Mille. Tra il 1282 e il 1284 questa località fu depredata dai Narnesi che effettuavano improvvise scorrerie, poi sconfitti e dispersi dalla cavalleria Todina. Come tutti i castelli del tempo, anche Dunarobba doveva risolvere problemi di difesa: a tal proposito si legge nelle “riformanze” che nel 1591 il Comune di Todi dette licenza, tramite i Massari, di costruire una porta con ponte levatoio.

Particolarmente curiosa è una storia che racconta che nel 1605 a Dunarobba viveva una certa donna Ursina, figlia di un tal Gregorio, la quale con parole segrete ed attraverso l’uso di medicinali, sciroppi e pozioni da lei preparati riusciva a curare mali ritenuti incurabili dai medici del tempo. Da questa attività Ursina trasse una certa ricchezza per sé e la sua famiglia, attirandosi però addosso i sospetti di essere una strega. Dunarobba rimase sotto la giurisdizione del Comune di Todi fino al 1816 quando sotto il nuovo Comune di Montecastrilli, col quale restò fino al 1975, anno in cui si costituì il Comune di Avigliano Umbro.

Una importante miniera dì lignite ha determinato l'economia di Dunarobba e dei centri vicini fino agli anni '50.La foresta fu rinvenuta nei primi anni Settanta durante gli scavi effettuati nella cava d'argilla che serviva ad alimentare una fornace di laterizi.

La Foresta Fossile di Dunarobba è vissuta 3 milioni di anni fa, alla fine del Cenozoico e precisamente nel Pliocene superiore, quando fra i Monti Amerini ed i Martani si estendeva un vasto specchio lacustre cui è stato dato il nome di Lago Tiberino. Sulle sponde di questo immenso lago, che solcava tutta l'Umbria, si sviluppava una rigogliosa foresta di clima temperato-caldo-umido, dove vivevano mamuth ed altri animali preistorici. La specie arborea dominante era rappresentata da una grande conifera. Si trattava di alberi imponenti che superavano i 30 m di altezza; l’ambiente preferito era quello degli acquitrini, di estesi pantani posti ai margini del lago vero e proprio, più profondo.

I tronchi sono ancora formati dal loro legno originario che ha permesso, tramite studi sia istologici sia dei pollini, dei frutti e delle impronte delle foglie, di poter dire con certezza che si tratta di un bosco di conifere del genere Taxodion, probabilmente una forma estinta di Sequoia molto simile all’attuale Sequoia sempervirens. Il paesaggio è stranamente “lunare”: gli enormi tronchi grigi misurano oltre un metro e mezzo di diametro, per più di otto metri di lunghezza. Le maestose piante furono probabilmente sopraffatte da un avvenimento catastrofico quando avevano ormai raggiunto un’età da misurarsi in millenni.

Verso la fine del Pliocene, poco dopo i due milioni d’anni fa, un raffreddamento globale del clima, accompagnato da un abbassamento del livello marino e dal sollevamento del territorio, ha innescato un consistente processo d’erosione sui versanti montani, fino a produrre l’apertura di un varco nei Monti Amerini, attraverso il quale sono defluite a mare le acque del Lago Tiberino che, alla fine, s’è svuotato ed ha lasciato il suo spazio ad un fiume che sfociava in mare in corrispondenza del Passo di San Pellegrino (sulla Strada Amerina in territorio di Narni).

Questa crisi climatica e lo svuotamento del lago, con i conseguenti mutamenti dell’ambiente e del paesaggio, hanno determinato l’estinzione della Foresta di Dunarobba: con essa sono scomparse definitivamente le grandi conifere dallo scenario europeo. L'eccezionalità del ritrovamento è dovuta al fatto che i tronchi della foresta fossile mantengono la posizione eretta e sono a struttura lignea non pietrificata; non sono “pietrificati”, ossia la loro sostanza originale non è stata sostituita o mineralizzata da altri composti chimici. Inglobati dalle argille, tali reperti hanno subito un processo di fossilizzazione che gli ha consentito di mantenere pressoché inalterata la struttura lignea; si tratta di una fossilizzazione avvenuta per un processo di mummificazione, in altre parole per una disidratazione del legno.

La particolarità di questa foresta è che gli alberi si sono fossilizzati in posizione verticale e non orizzontale come nelle altre foreste fossili, già di per se molto rare, giunte fino a noi. Questo alimenta la teoria che un'inondazione abbia sommerso gli alberi in vita, conservandoli fino a nostri giorni nelle condizioni reali del tempo.

 

Cinzia D’Antonio

 

 

 
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