Codice di Dante

Il codice astronomico di Dante Alighieri



Edward Grant, illustre accademico americano e professore emerito presso il dipartimento di Storia e Filosofia della Scienza presso l’Indiana University a Bloominghton, evidenzia come la storia della scienza medievale sia in pratica «la storia della disseminazione, assimilazione e reazione alla scienza dell’antica Grecia, nel suo passaggio dall’Impero Bizantino, all’Islam, all’Europa occidentale». A questo proposito non si può sottovalutare il fatto che la sola cultura secolare utilizzabile fosse di origine pagana e, quindi, nell’evidente timore manifestato nei suoi confronti, si è dovuto arrivare a forme di vero e proprio compromesso: la filosofia greco-romana può essere considerata utile per una migliore comprensione della religione cristiana, ma essa è subordinata alla teologia.




Va quindi sottolineato il cambiamento profondo degli obiettivi e dei valori secolari della cultura pagana, che nel Medioevo sono volti interamente al mondo ultraterreno. Tutto il sistema si impernia sulla natura religiosa, che rappresenta il fondamento comune per tutti gli uomini: le varie attività umane si svolgono entro i limiti segnati dalla religione.

L’impulso verso la spiritualità costituisce una spinta tanto forte che porta come conseguenza diretta, a volgere le spalle al mondo e alle sue concrete esperienze: perciò toglie quella curiosità legata alla natura e all’ambiente in cui l’Uomo vive, una chiave di lettura che invece in epoca classica aveva rappresentato una motivazione formidabile nell’interpretazione del mondo.

Il “Didascalicon” di Ugo da San Vittore

 

L’opera che rappresenta uno dei massimi sforzi di comprensione delle scienze umane, in una visione complessiva dello scibile, è il “Didascalicon” di Ugo da San Vittore (1097?-1141). Tale Eruditio Didascalica divenne uno dei testi base, nei secoli successivi, per lo studio delle arti liberali, per la Teologia e la Sacra Scrittura. Ugo delinea un grandioso schema della cultura, disponendo le varie discipline, caratteristiche del sapere del tempo, in quadro ordinato e coerente, nel quale le scienze sono collegate tra loro. In tale schema è unita la Filosofia, come amore della sapienza, che le coordina tutte, culminando nella Teologia, e sostiene la tendenza all’unità e al senso dei valori gerarchici, che sono caratteristiche profonde della cultura medievale.

Secondo Ugo il sapere umano è distinto in due gruppi di dottrine:

– Scienze del Trivio: Grammatica, Retorica e Dialettica (Artes Sermocinales);
– Scienze del Quadrivio: Astronomia, Geometria, Musica e Aritmetica (Artes Reales).

Le sette arti liberali vanno studiate in quanto necessarie alla «conoscenza delle sacre carte: nelle sacre carte occorrono indicazioni di cose e di parole: per le prime serve il Quadrivium, per le seconde, il Trivium». Sopra tutte ci sono la Filosofia, la Morale e la Teologia.

Il Didascalicon appare interessante sotto il profilo geografico, perché mostra come la conoscenza dei luoghi possa far parte dell’itinerario che porta dall’osservazione delle cose visibili alla meditazione delle cose invisibili, e può risultare utile per situare nello spazio i fatti raccontati nella Bibbia e nelle storie ecclesiastiche.

Il Codice di Dante: un passo indietro

 

I termini Geografia e Astronomia nel Medioevo scompaiono: la Geografia è diluita nella Cosmografia e l’Astronomia nell’Astrologia. L’impulso verso la spiritualità da una parte comporta una scarsa attenzione a ciò che il mondo sensibile rappresenta e dall’altra favorisce lo stabilirsi di una lacerazione tra scienza ed esperienza, con esiti negativi per ambedue le dottrine: private del rapporto con la realtà, vanno a sconfinare nel magico e nel fantastico.

Il Codice di Dante: Geografia e Cartografia

 

Fuori dal tempo, nell’Alto Medioevo, la Geografia e l’Astronomia hanno il compito di proiettare il mondo ultraterreno sullo spazio terrestre: arcaiche traduzioni pagane, tra cui testi addirittura di tradizione scandinava, con altra mitologia e cultura, bastano a calmare nella mente dell’Uomo comune una vaghissima preoccupazione esclusivamente geografica; è probabile che l’immensa maggioranza degli intellettuali e dei chierici non si ponga alcuna domanda e identifichi il mondo con il proprio ambiente familiare. A questo punto nessuna conoscenza è sicura!

Il risultato è che, in particolare la Geografia, non esiste più come scienza in sé; decade la Geografia matematica, che aveva raggiunto nel mondo greco-romano risultati straordinari per intuizione e penetrazione scientifica, sia nello studio della forma e della posizione della Terra nell’Universo, sia nella sua rappresentazione cartografica. La carta geografica stessa si riduce a rozzi e grossolani disegni del pianeta, dove elementi reali ed elementi fantastici vengono combinati in uno strano amalgama.

Cosma Indicopleuste

 

Si tratta di una Cartografia informata più dall’eredità dottrinale che dall’esperienza e dalla conquista esplorativa. La carta geografica è realizzata per commentare e rendere evidente la rivelazione biblica: omaggio della Terra alla disposizione e alla volontà divina; anche per questo lo spazio è limitato alla parte abitata dall’uomo, oggetto della redenzione. La Terra, nella sua descrizione e comprensione, ridiventa, nell’immaginario medievale, piatta!

Cosma Indicopleuste, un mercante che, prima di divenire monaco, aveva viaggiato per lavoro fino in Etiopia e in India, nella sua “Topografia cristiana”, aderendo alle teorie della Bibbia, immagina un Universo simile al tabernacolo di Gerusalemme, con la Terra rettangolare, cinta dall’Oceano, con le rientranze dei golfi corrispondenti al mar Mediterraneo, al mar Rosso, al golfo Persico e al mar Caspio.

Goro Dati

 

Nella maggior parte delle figurazioni medievali si può riscontrare l’identificazione del centro dell’Universo con la città santa di Gerusalemme.

I risultati più noti del regresso cartografico, sono gli ecumeni circolari, in particolare i mappamondi del tipo T-O, cosiddetti per la forma a “T” assunta dal mar Mediterraneo e dai fiumi Nilo e Don, anche chiamato Tanaìs. Esplicativa la descrizione in versi di Goro Dati, storico fiorentino (1362 – 1435):

«Veggiam prima in general la Terra.
Come risiede e come il mar la serra.
Un T dentro ad un O mostra il disegno.
Come in tre parti fu diviso il mondo,
E la superiore è lo maggior regno
Che quasi piglia la metà del tondo.
Asia chiamata. Il gambo ritto e ‘l segno
Che parte ‘l terzo nome dal secondo:
Africa, dico, da Europa. Il mare
Mediterraneo tra esse in mezzo appare».




Nuove realtà conoscitive

 

Si delineano dunque nuove realtà conoscitive frutto della conoscenza della cultura araba.
Nella prima metà del secolo XII sulla scena intellettuale ritorna lo studio di Aristotele, attraverso le traduzioni dall’arabo prima e poi dal greco: comincia il periodo della grande fioritura della Scolastica medievale, fortemente impegnata nell’interpretazione cristiana di Aristotele e che vede il suo massimo esponente filosofico in San Tommaso d’Aquino.

Fra i traduttori di opere scientifiche dall’arabo si fa notare Gherardo da Cremona, eccezionale divulgatore di un “Trattato di Astronomia” o “Sintassi Matematica”, noto come “Almagesto” di Tolomeo:

tradotto in principio dal greco in latino (Sicilia 1160), è la versione dall’arabo di Gherardo da Cremona, realizzata su ordine di Federico Barbarossa, che trova larga diffusione nell’Europa medievale, ma nella sua parte meno importante.

L’opera di Tolomeo infatti, non contiene solamente le sue dottrine e tutto ciò che il mondo antico aveva propugnato nell’ambito astronomico, ma racchiude anche un trattato di Astrologia giudiziaria, diviso in quattro libri, nei quali si discute sulle relazioni degli astri con le future contingenze dell’uomo; inoltre si danno norme per gli oroscopi e per le conseguenti divinazioni. Tali teorie affascinarono talmente i secoli tra il XII e il XIV, che, nonostante il forte ripudio della Chiesa di Roma, addirittura il termine Astronomia fu seducemente tradotto in Astrologia.

Dante e gli equinozi, quando tutto ebbe inizio

 

Dante Alighieri conosceva il moto precessionale degli equinozi, scoperto come abbiamo visto nelle pagine precedenti da Ipparco di Nicea nel II secolo a.C., ma nella Divina Commedia (titolo originale Comedìa), la fonte di tale grande astronomo non è mai espressa direttamente. Solo attraverso l’analisi testuale dei passi a carattere astronomico si giunge all’interpretazione e alla consapevolezza che Dante conoscesse, in ambito scientifico, molto più di quanto non imponesse la cultura del tempo e per dimostrarlo ho scelto di scrivere questo libro.

Un uomo di grande ingegno, quale fu l’Alighieri, non poteva non aver letto, o se non altro venire a conoscenza, dell’“Almagesto” di Tolomeo. L’astronomo alessandrino non aveva fatto altro che raccogliere tutte le informazioni degli scienziati dell’antichità, per fonderle e creare la teoria geocentrica, sulla quale si basò tutto il mondo medievale, fino alle scoperte copernicane. Una teoria che poneva la Terra al centro dell’Universo era più che gradita da una cultura cristiana, che vedeva in Dio l’unica scienza e ordine del mondo, e l’uomo soggetto direttamente a Lui, al centro dell’assetto universale e cosmico con il nostro pianeta Terra.

Ipparco di Nicea

 

Ipparco di Nicea con la teoria precessionale e la teoria eliocentrica (fu il primo a supporla), non venne preso in considerazione dagli amanuensi che lasciarono che andasse perduto l’intero patrimonio scientifico, matematico, trigonometrico e naturalmente astronomico, trascritto in 14 libri da Ipparco. Quel poco che si conosce di questo grande studioso è direttamente fruibile dagli scritti di Tolomeo. E’ grazie a lui che la scienza e il mondo della cultura sono giunti alla consapevolezza dell’esistenza di Ipparco di Nicea. C’è un filo conduttore che unisce l’astronomo greco e il Sommo Dante Alighieri, nonostante l’occultamento amanuense e quindici secoli di storia che intercorrono tra la scoperta della precessione equinoziale e la stesura della Comedìa.

Ipparco di Nicea, fino all’avvento di Tolomeo, era considerato il più geniale astronomo dell’antichità, “mantenuto in vita” da scrittori latini quali Plinio il Vecchio, che venuti a contatto a loro volta con la cultura greca, certo non potevano sottovalutare e tralasciare un personaggio di tale importanza scientifica. Nel tempo le notizie biografiche andarono perdute per lasciare lo spazio all’apporto scientifico che Ipparco diede all’Astronomia, traducendola da scienza empirica e teorica a dottrina estremamente pratica, grazie all’introduzione della Trigonometria. Gli scritti giunsero fino a Tolomeo, che si concentrò sulla scientificità dell’astronomo precedente a lui di quattro secoli, riportando le scoperte più clamorose: il catalogo delle costellazioni, delle stelle, la retrogradazione di 2° di Spica, che permise la teoria precessionale, il significato di parallasse, la magnitudine stellare e la spiegazione, oramai matura, delle eclissi di Sole e di Luna.

L’Almagesto e il Codice di Dante

 

Tutto questo confluì nell’Almagesto”. Con la disgregazione dell’Impero Romano d’Occidente, la cultura greco-alessandrina cadde nell’oblio. Fu solo a causa delle invasioni islamiche e delle successive crociate che avvenne lo scontro-incontro delle due culture: la cristiana occidentale e la islamica orientale.
Da un punto di vista scientifico la cultura musulmana, venuta a contatto con una grecità non del tutto scomparsa, era superiore a quella occidentale cristiana, tanto impegnata a epurare da qualsiasi scritto o forma d’arte, ciò che veniva ritenuto pagano e quindi eretico.

Come abbiamo ricordato insieme ai trattati di Aristotele, Gherardo da Cremona tradusse l’opera di Tolomeo; attraverso la traduzione di Gherardo da Cremona, citato da Dante nel “Convivio” (II, XIV,7), quest’ultimo conobbe l’“Almagesto” e di conseguenza Ipparco di Nicea e la precessione equinoziale.

Il procedimento dell’Alighieri, quindi nella “Comedìa”, è più che costruttivo: l’iter del Pellegrino, del personaggio Dante, si svolge ai fini della salvezza; l’iter astronomico è una traccia, una scoperta, verso per verso, canto dopo canto, dedicata direttamente al lettore della “Comedìa”, che è invitato a scoprire, interpretare, capire, quel sapere astronomico che il Sommo Poeta vuole tramandare.

E Dante Alighieri si rivolge direttamente all’eternità dei Cieli e delle Stelle, per permettere di raggiungere a chiunque, la strada tracciata dagli astri, per arrivare a cogliere la Luce di Dio e la Sua onnipotente salvezza per noi peccatori, posti sull’«aiuola che ci fa tanto feroci» (Pg., XXII,151).

 

di Chiara Dainelli
tratto dal libro Il codice astronomico di Dante
Il sapere proibito della Divina Commedia

AUTORE: CHIARA DAINELLI

PREFAZIONE: SALVATORE SPOTO

FORMATO: 16 X 23

PAGINE: 144

ISBN:  978-88-89713-30-3

Il Codice Astronomico di Dante

 

Dante Alighieri, la Divina Commedia, un sapere segreto che affonda le radici in un tempo ancestrale. Chi era veramente Dante? Un iniziato a impenetrabili segreti esoterici? Sfuggevoli indizi, parole appena sussurrate e sofisticate metafore si inseguono tra le pagine dell’Inferno, del Purgatorio e del Paradiso, immortalando tra i versi della monumentale opera dantesca “proibite” conoscenze astronomiche, considerate impossibili per l’epoca medievale. Con l’abile arte del dire senza dire Dante disvela il monumentale libro del volere divino scritto con l’alfabeto invisibile delle stelle, che si manifesta all’Uomo nei cicli della Natura e nel movimento delle “sfere” nel cielo.

Chiara Dainelli in questa sua prima opera è riuscita a sollevare il velo di Maya che protegge la Divina Commedia, proponendo spunti di ricerca letterari, storici, teologici e filosofici, che conducono a imprevisti legami culturali e sapienziali tra il mondo occidentale e quello orientale. Comprendere il raffinato simbolismo delle stelle equivale a penetrare il vero significato del viaggio dantesco…