Mura poligonali di Monte Carbolino

Alla scoperta delle antiche e misteriose mura poligonali

 

Monte Carbolino – Sermoneta (LT)




 

Dall’Abbazia di Valvisciolo o dalla stretta strada che da quest’ultima porta a Sermoneta, si può osservare il pendio occidentale del monte Carbolino. Esso è posto al fianco del suo gemello, il monte Corvino, che si erge sopra il monastero e lo protegge dal freddo vento di tramontana, facendogli da scudo con il suo imponente speco di roccia calcarea ben visibile dal piazzale antistante la cattedrale. Il Monte Carbolino è situato fra il monte Corvino e il rilievo sul quale poggia il meraviglioso borgo antico di Sermoneta.




Il Monte Carbolino

 

Le sue pendici espongono la vistosa cicatrice di una cava realizzata dalle attività estrattive che, fino a pochi decenni fa, hanno trovato luogo nella zona. Oggi ne rimane eredità sotto forma di vecchi impianti in abbandono. Proprio dal piazzale di questa ex-cava, posto sulla strada che corre fra l’abbazia e Sermoneta, è possibile parcheggiare in sicurezza l’auto ed osservare. Da questo punto è facilmente visibile il pendio occidentale del Monte Carbolino, intervallato da quelle che sembrano apparire come imponenti opere murarie, poste in opera a secco, realizzate allo scopo di terrazzare il fianco ripido del monte, per ricavarne superfici piane da coltivare.

 Proprio queste “anomale” dimensioni, hanno acceso la mia curiosità, spingendomi ad osservare più attentamente, nella speranza di comprenderne meglio la struttura e la funzione. Ad un primo esame visivo, eseguito dal piazzale della cava, con l’ausilio di un binocolo (neanche troppo potente nei rapporti di ingrandimento) si evince subito che, quelle che sembrano comuni strutture di terrazzamento, sono vere e proprie mura imponenti, in opera poligonale, nascoste per buona parte della loro interezza, da rigogliose fronde di macchia mediterranea.

Lo studio del territorio di Monte Carbolino

 

E’ proprio la fitta vegetazione, ad indurre in errore riguardo le reali dimensioni di questi manufatti. Dopo aver fatto questa prima semplice indagine,  decisi di tener conto di questa evidenza e di pianificare un’escursione per andare a verificare sul posto, quanto si osserva dalla valle. Studiai il territorio, letteralmente “a vista” sia sul posto che, successivamente, sulle carte topografiche della zona, decisi, insieme a due cari amici, di raggiungere le mura tentando l’approccio “dal basso”, ovvero raggiungere dal piazzale della cava, le possenti mura, risalendo frontalmente il pendio del monte. Provai in primavera, ma senza successo: la ricerca di un sentiero praticabile per risalire il monte, si presentò troppo ardua e praticamente impossibile. L’orografia del terreno, partendo dalla vecchia cava, è troppo severa e l’unione della fitta vegetazione di rovi e stramma, unita alle recinzioni dei terreni privati, ci fece desistere.

Provammo ad iniziare l’ascesa dalle pendici del monte che si affaccia sul castello di Sermoneta, ma anche da qui il nostro già difficoltoso passo fu sbarrato dalla presenza di un canale. Questa opera idraulica fu realizzata ai tempi della bonifica,  raccoglie e fa confluire in modo controllato a valle, le acque del piccolo bacino artificiale, limitrofo, delimitato da una piccola diga che blocca l’impetuosa discesa dei torrenti montani vicini. Il canale è in muratura profondo tre metri e largo altrettanto… Impossibile avanzare.

Tornammo a casa delusi ma non rassegnati, con la ferma intenzione di ritentare alla prima occasione utile. Intanto ricercammo sul web qualche informazione in merito, trovandone poche e frammentarie, capaci di dare solo qualche nozione sulla posizione geografica delle mura, ma niente di più. Trascorsa l’estate con le sue torride temperature, iniziò l’alternarsi dei venti caldi e umidi del sud e quelli più freschi da nord dando luogo alle necessarie e fortunatamente abbondanti piogge.

Di conseguenza, i fine settimana utili e programmati per ritentare la visita si vanificarono uno dopo l’altro sino alle soglie di novembre. Riuscimmo un venerdì del novembre 2012, grazie alle favorevolissime condizioni atmosferiche.




Arrivammo sul campo forti delle informazioni ottenute dallo studio accurato della carta I.G.M. della zona (Monti Lepini – edizioni “Il Lupo”), dalla quale scoprimmo una mulattiera che, staccandosi da un punto specifico della stretta stradina asfaltata che connette Sermoneta a Bassiano, percorre a mezza costa il Monte Carbolino. Quest’ultima, proseguendo sul monte Corvino, passando sotto il suo  speco calcareo verticale,  finisce poi sul piazzale del Santuario del Crocefisso a Bassiano. Nessun sentiero poteva essere migliore per arrivare sull’obiettivo.

La stradina asfaltata, infatti, percorre un tratto di montagna più alto rispetto al luogo dove si ergono le misteriose mura megalitiche. Praticamente lo raggiunge dall’alto, procedendo in discesa, contrariamente al ripido sentiero improvvisato durante il nostro primo tentativo. Lasciammo la macchina su una piccola rientranza della strada asfaltata (dalla quale si stacca uno sterrato che conduce alla vecchia casermetta della Forestale, recentemente ristrutturata e segnalata da apposite indicazioni) e individuammo, poco più avanti verso valle, la mulattiera segnalata sulla carta.

Dopo poco, con passo svelto e favorito dalla pendenza, attraversammo la montagna a mezza costa tenendo sempre alla nostra sinistra e leggermente in basso, la bellissima vista sul paese di Sermoneta. Continuammo la marcia girando verso nord-est. Ora sulla nostra sinistra, dopo aver abbassato la quota percorrendo, in discesa una breve serie di tornanti, vedemmo la pianura sottostante fra le fronde dell’alta boscaglia.

Riuscimmo ad intravedere la cava dall’alto e i tetti dell’ abbazia di Valvisciolo. Comprendemmo che era il momento giusto per iniziare a scendere. Individuammo un buon punto per iniziare a percorrere il tratto fuori sentiero il quale, teoricamente, ci avrebbe dovuto separare dalle possenti mura. Nel primo tratto del “fuoripista” procedemmo con facilità: le piante del sottobosco intricato, erano state tagliate per farne della legna da ardere. Di conseguenza il sottobosco era facilmente percorribile e proseguimmo veloci sino all’impatto con il bosco vergine e con il suo vero e proprio “muro” di rovi e stramma.

Il nostro passo, da veloce e sicuro, diventò incerto, affaticato e lentissimo. Inoltre, a causa dell’alta vegetazione e dell’orografia impervia del posto, mantenemmo a fatica il contatto visivo con il bianco acceso delle muraglie sul fianco del monte. Sudammo copiosamente, ed i graffi procurati dalle spine della fitta trama di rovi bassi, iniziarono a bruciare aggiungendo ulteriore difficoltà al nostro avanzare. Quasi arrivati a ridosso delle muraglie, il fianco della montagna diventò sempre più ripido ed il profilo tagliente e ruvido delle lunghe foglie di stramma arrivò a lambire le nostre spalle. Non eravamo più in grado di saggiare bene il terreno dove poggiare in sicurezza i piedi: la vegetazione era troppo fitta ed il terreno era coperto di umide e scivolose foglie appena cadute a causa dell’autunno ormai inoltrato… Improvvisamente apparve, sulla nostra destra, un gruppo di enormi pietre poste in opera a secco…

Con grande sorpresa, salimmo sul primo terrazzamento aiutandoci con le mani: le mura erano (e sono…) enormi, ripide e possenti. Dopo una breve “scalata” camminammo sul terrazzo ad esse sovrastante. Mi resi conto, affacciandomi da questo antichissimo “balcone”, che in tutto il declivio del Monte Carbolino  erano presenti vari livelli di terrazzamenti, tutti costruiti, almeno a primo colpo d’occhio, nella stessa maniera. Le pietre calcaree che costituiscono le pareti di queste muraglie sono molto grandi  ed incastrate ad arte fra loro, a secco senza malta, ma differiscono nella perfezione dell’incastro che possiamo vedere in quelle dell’antica città di Norba (poco distante), nelle quali praticamente non c’è spiraglio fra gli enormi massi.

Sulle alte mura che percorremmo sul Monte Carbolino, le giunzioni fra le pietre non sono perfette e fra loro intercorre un certo spazio. Tutto ciò rimanda alla tipologia costruttiva cosidetta di “prima maniera” che indicherebbe la loro costruzione in un periodo antecedente a quelle di Norba!

Fui letteralmente sorpreso soprattutto dalla loro dimensione: camminando sul ciglio del muro, comprendemmo che l’altezza in alcuni punti supera gli otto metri per non scendere mai, almeno per le porzioni che ci è stato possibile vedere, al di sotto dei quattro metri. Al fine di documentare il tutto scattai delle foto e registrai un video:

per raccogliere più materiale possibile. Inutile descrivere la grande emozione provata nel camminare su quelle pietre. Una postazione ideale sia per un insediamento abitativo che per uno militare. Una visuale privilegiata, che corre sulla linea dell’orizzonte marittimo, spaziando dalla rupe di Norma (dove si erge l’antica Norba), sorvolando una buona porzione dell’Agro Pontino, fino al promontorio del mitico Circeo.

Contemplando quella vista, sostammo su uno sperone di roccia affacciato proprio sull’ abbazia. Questo,  svolge il ruolo di perno, sul quale si incernierano le due ali della “v” ipotetica che la linea delle mura disegna. Sotto i nostri piedi si ergevano mura millenarie… Ci trovammo nel bel mezzo di un’ antichissima fortificazione di epoca arcaica a due passi da casa… Stento ancora oggi a crederci.

Perchè tutto cade nel dimenticatoio?

 

L’immediata considerazione che nacque in quel momento nella mia mente fu: perchè tutto ciò è lasciato giacere nel dimenticatoio… Perchè la visita a tutto questo deve essere il frutto di curiosità e non invece la dignitosa
conseguenza di un’adeguata informazione a riguardo? Preferì non rispondere a tali quesiti, in quel momento non volevo perdere prezioso tempo nel fronteggiare le vetuste e ormai cristallizzate logiche del bel paese, per cercare di estrapolarne un senso… Ritornammo in marcia, piuttosto, diretti in visita allo speco calcareo del monte Corvino.

Sulla strada verso questa nuova meta, incontrammo altrettante mura, disposte in altrettanti terrazzamenti. Concludemmo la visita sotto la falesia del monte Corvino, soddisfatti nel visitarne le piccole caverne e le antiche concrezioni calcaree e delusi per non avere trovato la presenza di petroglifi scolpiti fra le loro pareti e volte naturali. Rientrammo contenti e soddisfatti dalla visita, faticosa ma molto interessante e ricca di novità.

Sulla via del ritorno

 

Eravamo in perfetto orario per la via del rientro. Prendemmo una pausa, per osservare il meraviglioso tramonto che indicava la fine di quella intensa giornata. Attendemmo l’immersione totale del sole nel lontano orizzonte del mar tirreno. Tutto intorno a noi, si colorava della sua calda luce, che degradava poi verso il  blu più cristallino e profondo della notte in arrivo alle nostre spalle. Rientrammo a casa condividendo pareri ed impressioni, ribadendo la volontà di tornare per approfondire le ricerche. Nei giorni successivi continuai le ricerche sul web e trovai delle interessanti informazioni. Scoprì che furono eseguite delle ricerche specifiche e degli scavi agli inizi del ‘900 dai   due archeologi Mengarelli e Savignoni e che, in maniera intermittente, anche con salti di  trent’anni fra una indagine e l’altra, queste sono state eseguite fino al 2002, per opera di enti differenti.

Ultima fra tutte,  l’università di Groningen (Paesi Bassi) nell’ambito del PRP: “Pontine Region Project” iniziato nel 1980, guidata dal Prof. Peter Attema, al quale ho inviato una richiesta di informazioni e dal quale ho ricevuto delle incredibili notizie che pubblicheremo prossimamente insieme a quelle ottenute dopo la visita all’archivio di Stato a Latina.

 

di Fabio Consolandi