Sercol, la Stonehenge italiana

Alla scoperta del misterioso cerchio di pietre di Monte Cavallo

 

Nuvolera (BS)




 

Esistono luoghi che si dimenticano, altri che vogliono essere dimenticati. Zone che inspiegabilmente hanno un influsso negativo, che vengono evitate. Permangono solo in alcuni lontani ricordi o in leggende locali che vengono bisbigliate all’orecchio per timore che si possano diffondere come un male oscuro. Eppure l’etimologia latina di leggenda (legenda) significa ‘degno di essere letto’ e quindi riaffi ora dai meandri del passato e della memoria; si libera delle sterpaglie che lo ricoprivano e le pietre ritrovano la luce riacquistando il loro antico nome: Sercol.




Il misterioso cerchio del Sercol

 

È situato nel territorio del paese di Nuvolera, in provincia di Brescia, sulla sommità di una ripida e impervia collina denominata Monte Cavallo. Le pietre sono disposte a forma circolare (non a caso, sercol è un termine dialettale bresciano la cui traduzione è circolo), con un diametro complessivo di 42 metri. Un accumulo di centinaia, se non addirittura migliaia di tonnellate di pietrame calcareo atto a riempire un fossato che raggiunge la profondità di 2 metri. Quasi un confine che delimita un’area pianeggiante, ottenuta con un immane lavoro di sterro, al cui interno sono collocati alcuni massi e rocce, uno dei quali di particolare interesse.

Su tutta l’area dove sorge il sito, evitato e volutamente trascurato per centinaia di anni, ha preso il sopravvento la natura che l’ha avvolto in un intrico quasi inaccessibile di bassa vegetazione costituita di rovi ed arbusti. Uno degli elementi distintivi e sicuramente misteriosi di questo luogo, è i l fatto che una sua chiara visuale d’insieme sia apprezzabile soltanto dall’alto. Quasi associabile alle linee di Nazca del Perù dove i geoglifi sono riconoscibili unicamente sorvolandoli con un aereo, le reali fattezze del Sercol si possono distinguere grazie a fotografi e satellitari.

Il Monte Cavallo

 

Ci troviamo quindi a tutti gli effetti di fronte ai resti di un grande ed insolito manufatto protostorico, antico di migliaia di anni. Come accennato all’inizio del capitolo, la zona sulla cima del Monte Cavallo è da tempo immemore considerata maledetta e tabù dalla gente del luogo. In particolar modo non dovevano avvicinarsi i bambini, per nessun motivo. Un divieto tramandato per generazioni e generazioni.

Sul luogo sono fiorite leggende e tradizioni orali, che parlano di scheletri sepolti tra le rocce e di spiriti malvagi. È noto che spesso siano stati scelti siti di culto pagano o precristiano per erigere chiese, cattedrali e monasteri, quasi a suffragare il cattolicesimo al di sopra di ogni altra religione. Esistono, ad esempio, centinaia di casi in cui edifi ci cristiani sono stati eretti sopra le macerie di antichi templi romani.

Il canto dei galli

 

Misteriosamente, la glorificazione di Gesù sul Sercol non ebbe luogo. Infatti esiste un’ennesima leggenda locale che narra della volontà da parte di monaci medievali di sostituire quegli antichi resti in pietra con un monastero stranamente mai realizzato. Infatti ben presto i monaci furono costretti a scappare e ad abbandonare il progetto perché messi in fuga dal canto dei galli. Ogni leggenda racchiude metafore che devono essere interpretate. Forse il canto dei galli è associato al significato di rinnegazione di Cristo e del cattolicesimo. Infatti in tutti i Vangeli è narrata la storia di Pietro che rinnega il Salvatore prima che il gallo canti per tre volte. Ad esempio, in Giovanni 18, 25-27 si legge:

Intanto Simon Pietro stava là a scaldarsi. Gli dissero: “Non sei anche tu dei suoi discepoli?”. Egli lo negò e disse: “Non lo sono”. Ma uno dei servi del sommo sacerdote, parente di quello a cui Pietro aveva tagliato l’orecchio, disse: “Non ti ho forse visto con lui nel giardino?”. Pietro negò di nuovo, e subito un gallo cantò.

Due possibili conclusioni

 

Questa teoria conduce a due possibili conclusioni totalmente opposte: i monaci avrebbero rinnegato Cristo oppure i loro progetti sarebbero stati bloccati dalla popolazione locale che ha preferito mantenere il precedente culto pagano a quello cattolico. L’intera zona, secondo altre dicerie locali, sarebbe inoltre stata infestata da una creatura mostruosa e feroce, una serpe smisurata dalle caratteristiche quasi magiche, in grado di paralizzare con il solo sguardo l’incauto viandanteche avesse malauguratamente incrociato il suo cammino. Questa bestia, caratterizzata sul dorso da creste come quelle dei galli e dall’emissione di un verso molto simile a quello del volatile, viene denominata bes galilì, serpente galletto per l’appunto.




Trattasi infatti di una tipica figura del folklore bresciano alla quale viene dedicato anche un noto dolce della zona, il bossolà, da bes ‘mbesolat, la cui traduzione è serpente arrotolato. Assimilabile al più comune econosciuto basilisco, che fonde a sua volta le proprie radici nella tradizione precristiana. Riallacciandosi all’episodio dei monaci precedentemente citato, si potrebbe quindi ipotizzare che siano fuggiti udendo il verso del bes galilì o più probabilmente è un’ennesima metafora che descrive la difficoltà per il cristianesimo di convertire popolazioni ancora dedite a culti pagani. Sebbene queste siano solo fantasiose teorie, è invece indubbio che i racconti popolari tramandati di generazione in generazione abbiano fortemente contribuito a rendere il Sercol, nell’immaginario collettivo, un luogo avvolto da una fitta coltre di mistero.

I primi sopralluoghi 

 

Spinti dalla volontà di dare finalmente risposte più chiare e speranzosi di ritrovare testimonianze storiche oggettive al fine di capire la genesi e l’originaria funzione del ‘cerchio maledetto’, abbiamo effettuato dei primi sopralluoghi. Ci siamo avvalsi del supporto di un esperto del settore, il dottor Alberto Pozzi, della S.A.C. (Società Archeologica Comense).

L’accesso al sito

 

L’accesso al sito è stato tutt’altro che facile. Ci siamo dovuti letteralmente creare una via d’accesso calpestando rovi e piante spinose, ma raggiunte le prime pietre, abbiamo immediatamente riconosciuto l’importanza e l’imponenza del luogo. La straordinaria posizione naturale, su una sommità dalla quale si dominano le vallate circostanti, rende il luogo ideale per l’osservazione astronomica.

Si è a priori esclusa la possibilità che si trattasse dei resti di un abitato fortificato, giacché, per quanto sia ubicato in ottima posizione strategica, la totale mancanza di acqua e l’esiguità del recinto, l’avrebbero reso totalmente inidoneo a qualsiasi tipo di insediamento. Inoltre la nostra ipotesi è stata avvalorata dall’esame  dell’accumulo di pietre da cui si è riscontrata l’assenza di tracce di collanti e malte. Questo renderebbe quindi l’area più adatta a marcare un confine più che altro “formale”, delimitante probabilmente un “terreno sacro”. Esattamente al centro del cerchio, è posta una grande roccia, già citata all’inizio dell’articolo.

L’incisione dalla forma antropomorfa

 

Risulta molto interessante in quanto mostra una profonda incisione dalla forma antropomorfa, raffigurante una figura adorante un disco solare (rappresentato da una profonda coppella) perfettamente orientato verso il ovest, dove ogni giorno, il sole che tramonta, “muore”. Secondo una mia personale teoria (Bellelli ndr), l’incisione potrebbe essersi formata a causa di un’erosione in origine naturale e in seguito adattata e modificata ulteriormente dall’uomo.

Le antiche tribù indigene, trovando quello che individuarono come un’immagine o un segnale divino sulla cima di un colle (che forse ritenevano già sacro), lo considerarono di origine sovrannaturale. Come la prova o la testimonianza di un’impronta tangibile della presenza divina che in quel luogo si presentava e scatenava tutta la sua potenza.

Si procedette quindi allo scavo della coppella “solare” e venne rimodellata l’incisione naturale in un petroglifo. Forse, a mio avviso, fu proprio questo il motivo per cui, con sforzo immane, fu eretto il Sercol: per delimitare l’area in cui si era manifestato il Dio.

Quindi, in cima alla collina precedentemente descritta, venivano anticamente effettuate le osservazioni astronomiche atte sia al compimento dei rituali, sia a pianificare l’attività agricola e l’allevamento del bestiame presso le comunità protostoriche locali. Quest’ultima ipotesi è stata confermata e avvalorata dagli studi archeoastronomici del Prof. Gaspani dell’Osservatorio di Brera.

Osservatori astronomici

 

In siti come il Sercol, l’osservazione degli astri avveniva ponendo l’osservatore in un determinato luogo, cui veniva data particolare valenza. Il termine tecnico per definire questo luogo è punto di stazione. Da qui venivano effettuate le osservazioni astronomiche mediante due tipi di traguardi: utilizzando come punti di collimazione alcuni elementi del paesaggio e dell’orizzonte, facendo sì che il sorgere e il tramontare di astri come il Sole e la Luna potessero essere osservati in corrispondenza delle cime di certi monti o colline oppure delle selle formate da essi. La seconda possibilità consisteva nell’utilizzare traguardi d’orizzonte artificiali quali monoliti o pali lignei tali da marcare gli allineamenti astronomici direttamente nel sito. I luoghi destinati a simile funzione venivano scelti con molta attenzione, ovviamente posizionati sulla cima di alture dalla visuale adatta.

Cima che veniva quindi spianata, in modo da ricavarne una piattaforma adatta sia allo scopo religioso che osservazionale. Spesso aree del genere venivano quindi recintate da palizzate di legno o da terrapieni come quello del Sercol, al fine di delimitare l’area sacra, dove era consentito l’accesso soltanto ai sacerdoti o a pochissimi prescelti. Grazie a queste iniziali ricerche, il Sercol ha riacquistato visibilità dopo secoli di anonimato. Spinti probabilmente da ingenuo entusiasmo, sono comparsi articoli di giornalisti che lo defi nivano lo “Stonehenge bresciano”.

Il Sercol e Stonehenge

 

Attribuzione impropria in quanto, dal punto di vista strutturale e architettonico le due strutture presentano tecniche di costruzione molto diverse: il sito inglese infatti è costituito da grandi monoliti, del peso di parecchie tonnellate ciascuno e provenienti da zone lontane spesso centinaia di chilometri. Rientra perciò a pieno titolo tra le costruzioni megalitiche (da megas = grande e lithos = pietra). Il cerchio di Nuvolera è invece costituito da un terrapieno formato da migliaia di pietre di piccole e medie dimensione, di provenienza locale. Il risultato è in ogni caso imponente.

Quello che accomuna il Sercol a Stonehenge è invece la sua funzione, cultuale e di osservazione astronomica. Da precisare che nella preistoria e nella protostoria europea, non tutti i luoghi adibiti al culto, all’osservazione astronomica e a fini calendariali erano realizzati con megaliti. Il cerchio-santuario di Goseck, in Sassonia-Anhalt, ad esempio, era costituito da terrapieni e fossati concentrici, inframmezzati da palizzate di legno i cui accessi erano orientati secondo il solstizio d’inverno.

Sercol. Un antico tempio.

 

A lungo considerato come un antico fortilizio, insieme a strutture analoghe in tutta l’area danubiana e mitteleuropea, è stato oggetto di recenti studi che ne hanno reinterpretato la funzione, riconoscendo in esso un antico tempio risalente al 4800 a.C. Analoghi al Sercol, almeno nella struttura, troviamo anche i cosiddetti Cairn di Dartmoor, nel Devon, cerchi di pietre ammassate senza nessun collante al cui interno in genere è collocata una sepoltura.

 

La soprintendenza della Lombardia, a cui abbiamo segnalato il luogo, affinché se ne prendesse cura e avviasse studi specialistici, ha definito il Sercol, seppure con la naturale cautela che contraddistingue gli archeologi, ”imponente e meritevole di indagine”.

La collina del Monte Cavallo è frequentata da parecchie migliaia di anni, come confermato da selci ritrovate in zona, ma bisogna aspettare il dato archeologico ufficiale prima di poter dare una datazione precisa del Sercol. Per quanto cautamente, azzardando un’ipotesi, si può considerare l’erezione del cerchio come appartenente alla tarda età del bronzo e quella del ferro. Questo grazie alla presenza di linee astronomicamente significative verso i punti dell’orizzonte locale, dove, dalla cima della collina, erano osservabili la levata e il tramonto degli astri più luminosi ed importanti per quelle popolazioni. Altri santuari simili, tuttora in fase di studio, sono riscontrabili nell’Italia centrale, spesso
rimaneggiati e riutilizzati in epoche successive come fortilizi o ricoveri per il bestiame.

di Armando Bellelli e William Facchinetti Kerdudo
tratto dal libro Potere e Mistero
Dai flussi energetici alla stregoneria. dai culti antichi alle testimonianze aliene nel Nord Italia

AUTORI: A. BELLELLI, W. FACCHINETTI

PREFAZIONE: ADE CAPONE

FORMATO: 15 X 21

PAGINE: 150 (con inserto a colori)

ISBN:  978-88-89713-34-1

Potere e Mistero

 

Il libro, fonde le caratteristiche e la fruibilità di una guida agli approfondimenti di un saggio, accompagnando il lettore in un viaggio fantastico e misterioso attraverso il nord Italia. Usando come filo conduttore le energie, esse si esprimono e si plasmano assumendo forme e caratteristiche che si canalizzano in precisi luoghi del nostro territorio. Forze a volte naturali, altre volte prodigiose convogliate dall’uomo e tramite i poteri dell’uomo. Coadiuvato da schede di esperti del paranormale, da ricercatori e da archeologi, POTERE E MISTERO ci illustrerà luoghi noti o ancora da scoprire, ma sotto un profilo del tutto originale.

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