Atlantide

Atlantide: dal mito alla storia



All’interno di questo articolo ci siamo prefissi, oltre che di indagare storicamente nella ricerca nel mistero, anche lo scopo di analizzare le radici di alcuni dei miti più importanti, insomma, degli archetipi del mistero. Se ripercorriamo la storia e la letteratura del mondo antico, non possiamo non soffermarci ad analizzare uno dei miti più longevi di sempre, che ancora oggi catalizza l’attenzione di un folto numero di ricercatori, il mito della fiorente e sfortunata civiltà di Atlantide.




Platone: Timeo e Krizia

 

A parlarcene è l’erudito Platone tra il 350 e il 380 a.C., al momento della stesura delle sue due opere, il Timeo e il Crizia. Progettato come trilogia (Timeo, Crizia ed Ermocrate), il racconto fu ridotto a dialogo tra due personaggi, Timeo e Crizia appunto. Nel suo scritto Platone cerca di rimettere insieme i pezzi del puzzle per spiegare come la storia del mitico regno perduto sia arrivata fino a lui attraverso le generazioni: attraverso alcune confidenze di un sacerdote del tempio della dea Neith, a Sais, una delle più antiche città dell’Egitto, il legislatore ateniese Solone venne a conoscenza, nel 590 a.C., dell’esistenza di documentazione scritta riguardante un’antica storia di guerrieri greci.

Secondo questi documenti, i soldati antenati degli ateniesi, avevano sconfitto un potente esercito invasore che: “insolentemente invadeva ad un tempo tutta l’Europa e l’Asia, muovendo di fuori dall’Oceano Atlantico […] Ma nel tempo successivo, accaduti grandi terremoti e inondazioni, nello spazio di un giorno e di una notte tremenda, tutti i nostri guerrieri sprofondarono insieme dentro terra, e similmente scomparve l’isola Atlantide assorbita dal mare”.

La vicenda fu poi tramandata da Solone all’amico Dropide e poi a Crizia il vecchio, a Crizia il giovane, a Timeo, a Ermocrate e infine a Socrate. Ma prima e dopo Platone, esistono testimonianze di Atlantide? Se per Ecateo di Mileto (VI-V secolo a.C.) e per Erodoto (484-425 a.C.) il territorio della “figlia di Atlante” si trovava nella parte nord-occidentale dell’Africa (testimonianze rintracciabili in Descrizione della

Terra e Istorie), per Aristotele (384-322 a.C.) si trattò unicamente di un’invenzione. Il filosofo infatti riteneva lapidariamente che: “L’uomo che l’ha sognata l’ha anche fatta scomparire”. Per capire la tangibilità del mito, ci fu anche chi tentò di fare indagini storiche in Egitto, come il primo editore del Timeo, Crantore, che riuscì a parlare con i sacerdoti, i quali gli confermarono come la fonte del racconto di Atlantide fosse leggibile sulle “colonne”. Dalla Biblioteca Storica di Diodoro Siculo (90-20 a.C.), pur non leggendovi nulla di esplicitamente riferito alla “figlia di Atlante”, possiamo estrarre il seguente passo:

“perciò anche quando i Tirreni dominavano il mare e intendevano di mandare in quell’isola una colonia, impedirono a loro ciò i cartaginesi, pensando che per i pregi dell’isola, vi si potessero trasferire molti da Cartagine, ed insieme per prepararsi un rifugio di fronte alle sorprese della fortuna, perché se capitasse a Cartagine qualche disastro universale, essi, dominando il mare, avrebbero potuto andarsene tutti, nell’isola sconosciuta ai sopraffattori”.




In molti collegano questi passi alla storia di un navigatore, Annone: il protagonista, nel suo peregrinare, conquista numerosi territori e costruisce un tempio dedicato a Poseidone fino ad arrivare su un’isola popolata da uomini irsuti chiamati gorilla dalle guide locali. La storia, ambientata nel V secolo a.C. lungo le coste atlantiche dell’Africa, è contenuta nel testo greco dal titolo Periplo di Annone.

 

Secondo Proclo (V secolo a.C.), lo storico ellenico Marcello avrebbe varcato le Colonne d’Ercole navigando verso l’Oceano Atlantico incappando in numerose isole, tra le quali, la più grande, consacrata a Poseidone.

Altre ipotesi sulla posizione di Atlantide

 

Anche dopo la scoperta dell’America, le ipotesi su Atlantide avanzano imperterrite perdendosi lentamente nel romanzato: il geografo tedesco Sebastian Munster (1540), Francisco Lopez de Gomara (1552) e Francesco Bacone (1627), situano il mitico continente nell’America del Sud, mentre, nel 1882, il senatore americano Ignatius Donnelly sostiene che: “nell’Oceano Atlantico, di fronte all’ingresso del Mare Mediterraneo, esisteva una grande isola, conosciuta dagli antichi con il nome di Atlantide, ed era ciò che restava di un continente atlantico”.

Sull’ubicazione reale o ipotetica di Atlantide torneremo tra poco, ma prima occorre approfondire la storia che Platone ci racconta di questa rigogliosa e ricca isola. Fin dall’inizio, di questo “continente” viene messa in risalto la potenza e la vastità: “dicono infatti le scritture quanto grande fu quella potenza che la vostra città sconfisse, la quale invadeva tutta l’Europa e l’Asia nel contempo, procedendo dal di fuori dell’Oceano Atlantico.

Atlantide secondo Platone

 

Allora infatti quel mare era navigabile, e davanti a quell’imboccatura che, come dite, voi chiamate colonne d’Ercole, aveva un’isola, e quest’isola era più grande della Libia e dell’Asia messe insieme”. Quest’ultima constatazione lascia interdetti un buon numero di ricercatori, soprattutto dopo che vari studi hanno accertato come nell’Oceano Atlantico non sia mai esistito un territorio così ampio poi sommerso dalle acque. Analizzando le parole usate da Platone, in molti credono che ci siano altri metodi per calcolare la reale grandezza del territorio di Atlantide allontanandola dall’immagine di “continente”.

Secondo la leggenda, l’isola era di 540 per 350 km e protetta dai venti grazie alle montagne che ne proteggevano il perimetro su tre lati. Un funzionale impianto di canali artificiali, la divideva in lotti quadrati di terra coltivata. Atlantide, sempre secondo la leggenda, sarebbe frutto dell’opera di Poseidone, a difesa della sua progenie e della madre dei suoi figli.

Egli, infatti, avrebbe generato cinque coppie di gemelli con una donna mortale, Clito, collocandoli poi su di una collina circondata da due cerchi concentrici di terra e tre di acqua. Per finire, assegnò a ognuno dei suoi figli (il primo dei quali Atlante e da qui il nome dell’isola) il potere su svariati territori e sull’intero popolo. Ecco, a questo punto, generarsi la caratteristica forma che ha reso celebre Atlantide: i cerchi concentrici di acqua e di mare che conducono fino al nucleo centrale dell’immenso e ricco Impero. Secondo quanto ci dice Platone il territorio atlantideo era ricco di acqua e di minerali di ogni tipo, erano presenti, in grande quantità e specie, anche animali e piante.

Collegata da ponti agli altri anelli, la collina centrale accoglieva il maestoso palazzo reale che era “meraviglia a vedersi per la grandiosità e la bellezza dei lavori”. Venne costruito anche un tempio dedicato a Poseidone e a Clito anch’esso fatto di oro, avorio e oricalco (su questo particolare materiale torneremo a breve). La loro civiltà, amministrata in modo equo dai signori di Atlantide, prosperò a lungo finché in loro regnò il “divino”. Quando però, con il passare del tempo, “la parte di divino venne estinguendosi in loro”, surclassata dalla sete di potere, Zeus decise di punirli brutalmente:

“Dopo che in seguito, però, avvennero terribili terremoti e diluvi, trascorsi un solo giorno e una sola notte tremendi, tutto il vostro esercito sprofondò insieme alla terra e allo stesso modo l’isola di Atlantide scomparve sprofondando nel mare: perciò anche adesso quella parte di mare è impraticabile e inesplorata, poiché lo impedisce l’enorme deposito di fango che vi è sul fondo formato dall’isola quando si adagiò sul fondale”. Crizia, nel dialogo successivo, torna sull’argomento sottolineando come “mentre adesso, sommersa da terremoti, è una melma insormontabile, che impedisce il passo a coloro che navigano da qui per raggiungere il mare aperto, per cui il viaggio non va oltre”.

Sono molti i ricercatori contemporanei che si sono aggrappati a queste testimonianze, in quanto fanno intuire che il territorio di Atlantide non sia mai scomparso completamente sott’acqua ma anzi, sia “solo” stato vittima di un maremoto sconvolgente che l’ha ridotta a un ammasso di “melma insormontabile”. Altro punto chiave della vicenda, sul quale in molti hanno scritto fiumi di inchiostro, è rappresentato dalla data in cui Platone colloca la tragedia che sconvolse il mitico continente; nel Crizia, egli scrive che vi furono “molte e gravi inondazioni in questi novemila anni, perché tanti sono gli anni che sono passati da allora a oggi”. Conteggiando gli anni in cui fu scritto il suo racconto, riconduciamo la fine di Atlantide al 9.500 a.C. circa.

Dato che non vi sono testimonianze di civiltà così evolute sviluppatesi circa 12.000 anni fa, sono in molti a ritenere inattendibile in racconto di Platone. Secondo il ricercatore Marco Bulloni però, va considerato il fatto che a parlare sia un egizio, e che quindi il conteggio sia basato su altri criteri temporali. Diodoro Siculo scrive l’opinione dei sacerdoti in merito alla faccenda: “sono passati più di 23.000 anni dal regno di Elio al passaggio di Alessandro in Asia”; ciò testimonia come probabilmente il conteggio dei “cicli di tempo” da parte degli egizi non fosse basato sugli anni solari (che durano circa 365 giorni) ma bensì su quelli lunari (che durano in media 29,5 giorni).

A darne ulteriore prova è nuovamente Diodoro che afferma: “Non è poi così improbabile pensare che una persona possa avere vissuto 1.200 anni se pensiamo che in realtà questi non siano 1.200 anni solari, bensì 1.200 mesi lunari, equivalenti a cento anni”. Facendo quindi i dovuti calcoli, in conclusione, gli eventi raccontati da Platone potrebbero risalire al 1297 a.C. e quindi a circa 3.300 anni fa, e non 11.500.

Dopo aver ipotizzato una più recente collocazione della tragedia, facciamo un’osservazione anche sul misterioso materiale presente nel territorio della “figlia di Atlante”, l’oricalco. Questo metallo per Platone è rossastro ed estraibile solo sul territorio di Atlantide, tant’è che dopo la sua scomparsa non se ne sente più parlare. Secondo, per valore, solo all’oro, fu impiegato ampiamente nel territorio atlantideo e fu definito come possedere “dei riflessi di fuoco”. Per molti l’oricalco non è altro che bronzo o, per altri, una sorta di ferro al carbonio, il primo della storia.

Il bronzo infatti non viene mai nominato espressamente dal filosofo ma il fatto che si conoscessero rame e stagno fa ipotizzare che si potesse produrre anche del bronzo. Il ricercatore Marco Bulloni si esprime così a riguardo del misterioso oricalco: “Io colloco la distruzione di Atlantide più o meno intorno al 1.300 a.C. Questo periodo ha segnato la transizione dall’età del bronzo all’età del ferro, e la nascita del primo acciaio della storia. Per questo io ipotizzo che la rocca di Atlantide fosse rivestita da piastre di acciaio, nato casualmente mescolando del ferro fuso con bastoni di legno, che hanno permesso la carburazione del minerale conferendogli robustezza.

Sono, infatti, convinto che fecero parte della coalizione di Atlantide coloro che per primi produssero acciaio di ottima qualità in quel periodo storico, cambiando poi le sorti di tutto il bacino del Mediterraneo”. Per identificare Atlantide sul nostro pianeta, l’attenzione e gli studi si concentrano principalmente su alcuni elementi chiave dei quali abbiamo già parlato: da una parte abbiamo l’effettiva collocazione geografica delle Colonne d’Ercole, il cui spostamento porterebbe a nuovi e suggestivi scenari; dall’altra troviamo invece la famosa catastrofe che coinvolse il territorio atlantideo: da cosa derivò? L’esplosione di un vulcano? Un maremoto? Un terremoto?

Anche in questo caso, “l’assassino di Atlantide” potrebbe contribuire alla sua identificazione. Infine, va considerata la grandezza del territorio e la sua effettiva presenza dopo la catastrofe: era davvero di grandissime dimensioni oppure si tratta di un errore di calcolo? Possibile che sia rintracciabile anche in una piccola isola? E inoltre, cosa rimane della mitica civiltà di Atlantide? È scomparsa nelle profondità dell’Oceano oppure affiora da esso ancora oggi? Seguendo queste incognite, Atlantide è stata collocata nei luoghi più disparati: l’isola di Santorini, sconvolta nel 1.627 a.C. dall’esplosione del vulcano, sembra per molti essere una delle candidate favorite a figurare come la mitica città di cui parla Platone; se spostiamo le Colonne d’Ercole tra la Sicilia e le coste africane (che segnavano il confine tra impero fenicio e impero greco) ecco aprirsi, proprio oltre esse il mitico territorio di Atlantide, la Sardegna.

Per molti il popolo nuragico potrebbe essere stato il rappresentante del popolo di questo mitico continente scomparso. Inoltre alcune strutture nuragiche della Sardegna di grandi dimensioni sono state ritrovate sotto grandi accumuli di fango facendo intuire, anche in questo caso, un cataclisma che ha sconvolto il territorio. Molti ricercatori attribuiscono la difficoltà nell’identificare Atlantide, anche al fatto che in molti abbiano studiato Platone attraverso traduzioni che spesso e volentieri non seguono correttamente le parole della fonte originale.

Traduzioni effettuate negli ultimi anni, hanno provato a risalire alle parole originarli utilizzate da Platone arrivando a numerosi chiarimenti: come abbiamo citato poco fa innanzitutto Atlantide non “affondò” ma fu “coperta”; l’utilizzo di un vocabolo cambia enormemente le cose; così come il termine che usa Platone per identificare quello che viene definito come oceano: egli utilizza il termine pelagos (mare) che nulla ha a che fare con quest’ultimo.

Queste analisi, hanno portato recentemente a collocare il territorio di cui parla Platone addirittura nel Mar Bianco, nell’estremo nord Europa, dove, su un’isola, sembrano esservi ancora tracce degli antichi cerchi concentrici di acqua e di terra. Altre teorie vedono Atlantide sulle coste dell’Africa, nella piccola isola di Sherbro e altri ancora si rifanno ai mitici continenti di Lemuria (nell’Oceano Indiano) e Mu (nell’Oceano Pacifico). Le ricerche di Diego Marin, di Erik Schievenin e di Ivan Minella portano le indagini fin in Antartide, dove tracce di un’antica civiltà potrebbero essere celate sotto alla spessa coltre di ghiaccio:

“I motivi sono essenzialmente due. Il primo viene dai testi, che continuamente si riferiscono a una terra a sud dove il giorno e la notte durano sei mesi, dove le stelle non tramontano ma fanno cerchi in cielo, dove improvvisamente l’“inverno eterno” avrebbe cancellato uno splendido paradiso. Se uniamo a queste affermazioni la conferma della paleoclimatologia secondo cui l’Antartide, 15.000 anni fa, era in gran parte caratterizzata da un clima temperato, allora la conclusione viene da sé”.

 

Le ipotesi dell’astrofisico Vittorio Castellani vedono come “grande isola” la placca emersa della Gran Bretagna così come appariva tra 10.000 e 7.000 anni fa, alla fine dell’ultima glaciazione. Essendo il livello del mare più basso di almeno 100 metri, probabilmente il territorio inglese era unito a quello francese creando un vero e proprio ponte con il continente.

L’ipotesi è che chi abitava quelle regioni, forse gli atlantidei, sfruttò questo ponte per conquistare e controllare la Libia fino all’Egitto, e l’Europa fino al Tirreno. A sostegno di tale teoria vi sarebbero ritrovamenti subacquei di antichi edifici fatti proprio pochi mesi fa non lontano dalle coste orientali del Regno Unito.

Potrebbe trattarsi solo di leggenda? È possibile che un uomo colto come Platone abbia utilizzato la “questione Atlantide” unicamente come metafora? C’è, infatti, chi ipotizza che Platone abbia presentato il mito atlantideo unicamente a fini politici: era, infatti, un momento storico di degrado della vita politica Ateniese, in cui era necessario decantare lo stato ideale quale esempio da seguire; ed ecco nascere Atlantide come mito di civiltà perfetta, di civiltà gestita da persone rette con intenti mirati al bene comune. Solo coincidenze? La vicenda di Atlantide, per ora ha molte risposte ma risulta difficile, in mancanza di ulteriori prove, trovare quella giusta.

di Diego Marin, Erik Schievenin e Ivan Minella