Maschera di El Dorado

El Dorado: fantasia o realtà?



Simulacri di navi cosmiche, astri, simboli felini: ecco questa splendida fantasmagoria anche fra le impenetrabili giungle dell’Amazzonia, con una leggenda che da secoli affascina gli spiriti più irrequieti del globo: quella di El Dorado, che da più di trecento anni ha spinto settantadue spedizioni (il numero emerge  dagli archivi ufficiali di Siviglia, Barcellona, Buenos Aires, ma si pensa debba essere almeno quintuplicato) ad affrontare pericoli senza fine e, molto spesso, la morte.




Le prime notizie sulla Maschera di El Dorado

 

Le prime notizie circa l’esistenza di El Dorado risalgono al 1509 e provengono da un luogotenente di Francisco Pizarro, Pedro de Orellana. C’è chi afferma che costui, invece di compiere una missione affidatagli dal conquistador, preferì vagabondare per conto proprio, in cerca di facili bottini, per poi giustificarsi narrando, al fine di non incorrere in spiacevoli complicazioni, una stupefacente storia d’incontri con amazzoni, guerrieri “senza testa” e abitanti “di un paese chiamato Manoa, dove tutto è d’oro, dai rivestimenti delle strade ai tetti delle case”, allo stesso regnante, un principe detto El hombre dorado: appunto quello ricordato successivamente come El Dorado.

Pure fantasie? In gran parte è senza dubbio così. Non si tratta, però, di parti della mente del signor de Orellana, ma dell’esposizione di leggende diffuse in tutte le regioni da lui attraversate. Lo conferma un altro luogotenente di Pizarro, Belalcazar, il quale non si attribuì le favolose imprese del suo collega, limitandosi a riferire i racconti uditi dagli indios stanziati a est di Quito.

Costoro narrarono a lui, come a molti europei, la storia di un “re di origine divina” dimorante in una “casa d’oro“, in cui neppure la luce esterna poteva penetrare. Questo sovrano sarebbe stato considerato “il figlio del Sole e il Sole stesso”: una specie di maschera d’oro gli avrebbe celato la parte inferiore del volto, e nemmeno ai suoi domestici sarebbe stato concesso vederlo, obbligati ad accostarsi a lui volgendogli le spalle. Solo una volta all’anno egli si sarebbe mostrato ai suoi sudditi, coperto di polvere d’oro, per andare a gettare nelle acque di un lago offerte di monili e pietre preziose destinate ad un “demone delle profondità”.

Maschera di El Dorado

 

“Non è mai esistito nessuno, dunque, che potesse affermare d’aver visto El Dorado“, leggiamo in una corrispondenza del quotidiano milanese “Il Giorno”: “eppure, ancora nel 1700, un commentatore spagnolo dei diari di Belalcazar era capace di descrivere il palazzo del “figlio del Sole” come se ne avesse  sotto gli occhi una fotografia: “Dal centro del lago si alza il palazzo dell’imperatore Moxo; le porte del palazzo sono difese da puma legati con catene d’oro.

Anche le mense e il vasellame sono d’oro. L’isola abbonda di alberi, giardini e fontane artificiali dove l’acqua sgorga da grandi grifi d’oro in bacili d’argento. L’immagine della luna si alza sopra una colonna d’argento alta dieci metri ed è così tersa e corrusca che, colpita dal sole, proietta sopra il lago, con bella rifrazione, chiarissimi raggi”.




Ipotesi spaziali

 

Nella relazione di Belalcazar c’è tutto quanto può colpire i sostenitori delle affascinanti “ipotesi spaziali” legate al remoto passato del nostro pianeta: dal palazzo ermeticamente chiuso a rappresentare un’astronave, alla “maschera di El Dorado” del misterioso signore, che potrebbe essere la raffigurazione di un “respiratore”; dai sacrifici compiuti al dominatore di una profondità alla quale non sarebbe forse azzardato attribuire un significato, ai grifi che ci ricordano sia l'”uccello di fuoco” che i “dragoni celesti”; dai puma presi a ricordare la fisionomia degli “uomini-gatto” all’idillico panorama dell’isola, immagine di tempi e terre lontane;

dagli attributi di El Dorado, personificazione del “figlio del Sole e del Sole stesso”, al monumento lunare, qualcosa a cui ben difficilmente la fantasia di un uomo vissuto nella prima metà del Cinquecento sarebbe potuta giungere.

 

di Cinzia Palmacci